Guido Pesci
Pedagogista, Pedagogista Clinico, Reflector, Psicologo-Psicoterapeuta, Psicoanalista, Ipnoterapeuta, Psicomotricista Funzionale, Mediatore Relazionale, Giornalista pubblicista.
Pedagogia Clinica-Pedagogisti Clinici
Ortopedagogia, ortopedagogisti
Key words: Ortopedagogia - Difettologia - Pedagogia Emotiva - Pedagogia Speciale
Nella metà del 1900 si diceva che la pedagogia servisse da preparazione alla vita e formasse il carattere fino a rendere l’uomo capace di governare se stesso, un assunto, questo, che obbligava a mantenere vivo l’interesse per la ricerca, e a definire rigorosamente le fonti da cui attingere i principi, gli scopi, le condizioni e le modalità di intervento che non si volevano più limitate ai bambini o agli adolescenti, ma estese a persone di ogni età, secondo quel fine individuale e collettivo che è principio fecondo di una vera pedagogia.
Questo lavoro di revisione pedagogica è stato rivolto a migliorare le doti dell’individuo, con metodi che muovono da una concezione dinamica e aderente alla realtà e che si concretizzano in un’azione pedagogica tesa a eliminare ogni costrizione, e a non avvalersi di qualsivoglia tecnica e disciplina che volesse imporre un adattamento prodotto dall’ambizione di voler attrezzare l’intelligenza in vista di determinate prove finali, offrendo adeguate esperienze per valorizzare e soddisfare i bisogni capaci di originare quella formazione complessa che è il carattere di una persona.
Sostenuti da spirito di concretezza, alla pedagogia si chiedeva di potenziarsi di maggiore originalità, propensione al cambiamento e alla ricerca si assegnava il compito di rintracciare i metodi che consentissero a ciascun individuo singolarmente o nel suo rapporto di collaborazione con gli altri, di assumere conoscenze ed esperienze come parti vive della realtà, secondo le sue modalità di apprendimento, caratterizzate dall’età e dai segni distintivi della sua personalità.
Alla pedagogia emendativa propria del 1800, seguì la pedagogia differenziale, e a questa i metodi di una dottrina essenzialmente dinamica, per azioni idonee a favorire condizioni che consentissero di “tuffarsi” nel vivo dell’esperienza e di arricchire le proprie capacità. Principi integratori, questi, che sono pervenuti dalla ricerca pedagogica, animati dalla comune tendenza a rendere la persona sempre più consapevole delle sue forze e capacità, con importanti conseguenze di ordine sociale.
La pedagogia negli anni Trenta rivolgeva la sua pratica verso un impegno definito e rappresentato dalla difettologia (dal latino defectus, “difetto” e dal greco logos, “parola, studio”), che si occupa delle caratteristiche psicofisiologiche dello sviluppo dei soggetti portatori di deficit fisici, psichici e sensoriali, dei loro processi compensatori, della loro educazione, formazione e istruzione, e del loro inserimento nella vita sociale e nelle attività produttive (Akademia Pedagogiceskich Nauk sssr, 1970).
I difettologi in urss si diplomano nelle facoltà e negli istituti di pedagogia a seguito di un corso di studio della durata di quattro anni, al quale si accede dopo aver superato un esame-concorso molto selettivo (Pesci, 1979).
Il Vygotskij fu uno dei fondatori dell’Istituto di Difettologia di Mosca, e nel suo libro Fondamenti di difettologia ci offre un vasto scenario di questa disciplina e ne illustra i fondamenti scientifici, metodologici e sociali. La difettologia ha seguito ancora oggi, ha avuto eco e spazio nei paesi dell’Est e negli anni Ottanta si è diffusa anche in Italia (a tal proposito si ricordano l’Associazione Difettologi Italiani e i corsi di formazione in difettologia tenuti a Montecatini e riconosciuti dall’università di Lubiana [Pesci, 2004]).
La necessità di una scienza pedagogica che offrisse più complesse e ampie opportunità di aiuto, che fosse adatta a rispondere a varie e diverse esigenze, si faceva sentire anche in occidente già a partire dalla metà degli anni Trenta, fino a emulsionare ed evolvere significativamente come progetto professionale alla fine degli anni Quaranta, periodo in cui nascevano varie denominazioni tra cui “ortopedagogia” e “pedagogia curativa”. Quest’ultima riscosse successo nel 1950 all’interno del Centro Psico-Pedagogico per la psicoterapia e la rieducazione specializzata di Strasburgo, diretto dal Debesse (Debesse, 1971), e negli anni Sessanta, nel Dizionario di Psicopedagogia e Psichiatria infantile del professor Lafon, veniva così definita: “Trattamento dei bambini o degli adolescenti disadattati con insoddisfacenti risultati scolastici e per i quali una psicoterapia sarebbe sia inutile, sia insufficiente” (Lafon, 1968).
Attualmente per diventare pedagogista curativo, una professione in grande espansione in Germania, è richiesta una formazione presso le Università delle Scienze Applicate (Fachhochschule), cui si può accedere dall’età di 18/19 anni, dopo la maturità. Il percorso di studio e di formazione ha una durata di quattro anni, compresi due semestri di tirocinio pratico. In questo istituto la formazione è indirizzata a un lavoro pratico, applicativo, pedagogico-terapeutico, con soggetti disabili, una responsabilità nella prevenzione e nella riabilitazione […]. Il pedagogista curativo per esercitare la libera professione, deve seguire la procedura di riconoscimento del dbsh-Deutscher Berufsverband für Sozialarbeit, Sozialpädagogik und Heilpädagogik e.V. (Associazione professionale tedesca per il lavoro sociale, di pedagogista sociale e di pedagogista curativo). I pedagogisti curativi che sono iscritti a questa associazione svolgono la loro attività a seconda della relativa formazione professionale. La procedura di riconoscimento richiede un’esperienza professionale di almeno tre anni, la supervisione e la partecipazione agli aggiornamenti. L’associazione ha un proprio regolamento e un codice deontologico con cui si definiscono le basi legali del comportamento del pedagogista curativo.
Spesso il lavoro dei pedagogisti curativi viene svolto in cooperazione e in forma pluridisciplinare con altri esperti (pedagogisti sociali, educatori, logopedisti, psicologi, medici, psichiatri, ecc.).
Gli studi privati sono considerati un potenziamento utile delle istituzioni pubbliche con le quali si completano efficacemente e i costi della terapia curativa vengono stabiliti in accordo con le assicurazioni o gli istituti sociali (Flamming, 2006, pp. 22-23).
In Italia le prime tracce di una disciplina che rivolgesse la sua pratica verso un impegno similare alla difettologia in urss e alla pedagogia curativa, risalgono agli anni Quaranta, quando assunse l’appellativo distintivo di “ortopedagogia” - ancora oggi utilizzato in gran parte del mondo -, raggiungendo il suo massimo splendore negli anni Settanta.
In Italia l’ortopedagogia, distinguendola dalla pedagogia speciale che non la sostituisce, continua a essere richiamata e prevista fra i “settori scientifico-disciplinari degli insegnamenti universitari” (d.p.r. 12 aprile 1994; g.u. 08/08/1994); all’estero la formazione degli ortopedagogisti è possibile in moltissime facoltà universitarie di Psicologia e Pedagogia del Belgio e dell’Olanda, della Svizzera, degli Stati Uniti, del Quebec in Canada e in molti paesi latino-americani di lingua spagnola fra cui l’Argentina.
Quest’espansione geografica della scienza ortopedagogica e delle abilità professionali degli ortopedagogisti, assume un significato opposto a quanto si legge in alcuni lavori italiani. I termini “ortopedagogia” e “ortopedagogista”, che oggi possono sembrare poco significativi, sebbene utilizzati dagli anglofoni non sono di origine inglese, ma greca, né tantomeno obsoleti. Il loro prefisso “orto” (dal greco orthós, “corretto, esatto”) è infatti molto comune, basti pensare a voci quali "ortofonia", "ortografia", come pure "ortofrenia" e "ortofrenici". Essi vengono usati frequentemente anche in lingua francese, in spagnolo, in nederlandese o fiammingo, come vogliono precisare in Belgio. Proprio in area fiamminga, a Groningen nel 1994, è stato commemorato con un congresso il 25° anniversario dell’ortopedagogia. Gli Atti sono stati in seguito raccolti per conto dell’università da J. E. Rink e R.C.Vos, nel volume Limits of Orthopedagogy-Changing Perspectives (Limiti dell’ortopedagogia-Prospettive di cambiamento, 1994).
L’ortopedagogia è dunque ritenuta di notevole importanza da molti stati del mondo, viene definita “Scienza per la valutazione e l’intervento a favore di persone che manifestano incapacità o problemi di apprendimento e di integrazione” e, il titolo accademico di ortopedagogista o di Professore Terapeuta Ortopedagogista, rilasciato dall’Universidad Nacional de Cuyo Mendoza Argentina, è necessario per condurre centri e studi privati di ortopedagogia, per concorrere in servizi nelle scuole, e in Svizzera per l’autorizzazione all’attività psicoterapeutica (Atti Leg.vi, Foglio Uff.le 6/2007 del 19 gennaio Sull’esercizio delle professioni sanitarie non mediche).
La professione di ortopedagogista è tutelata dalle associazioni degli ortopedagogisti presenti nei vari paesi che hanno provveduto a definire i principi e i criteri di valutazione dei rispetti deontologici.
L’ortopedagogia nel nostro paese è nata da un bisogno reale e pressante, emerso quando si iniziò a privilegiare un massiccio intervento differenziato e specializzato di insegnamento-trattamento per soggetti distinti e divisi per tipi di patologia e grado di gravità. Furono istituite le “scuole su misura”, ovvero le scuole speciali, scuole per soli ciechi, per soli sordi, per soggetti con deficit fisici, per insufficienti mentali ecc. e gli istituti medico-pedagogici, con o senza internato, ancora presenti all’estero.
Negli anni 1961-1962 vennero aperti in Italia molti istituti medico-pedagogici provinciali per accogliere i bambini che si trovavano nei reparti per minori degli ospedali neuropsichiatrici; uno fra i tanti era l’Istituto medico-pedagogico provinciale di Firenze, diretto dalla prof.ssa Virginia Giliberti Tincolini, medico, affiancata in seguito dal dottor Edo Bonistalli, ortopedagogista, chiamato a coordinare gli interventi di recupero. Bonistalli era un pedagogista che aveva in precedenza fatto esperienze con soggetti disabili; l’appellativo di “ortopedagogista” e il relativo ruolo, fu riconosciuto a lui e a molti altri pedagogisti con formazioni simili che lavoravano in strutture pubbliche e private di recupero.
Sono molti i contributi degli ortopedagogisti di quel periodo che conserviamo; sono stati illustrati nei tanti lavori scientifici prodotti e presentati da costoro in congressi nazionali e internazionali. Questi specialisti venivano coinvolti anche dagli istituti di pedagogia delle università per importanti ricerche interdisciplinari. A tal proposito ricordiamo alcune pubblicazioni di grande interesse, come aa.vv., Didattica differenziale: Guida di ortopedagogia applicata (Firenze, Giunti Barbera, 1968), e, a cura della Fondazione Stella Maris, la rivista “Rassegna ortopedagogica” (Pisa, Pacini Editore, 1972-1974), in cui venivano presentati gli studi più significativi condotti in Italia e all’estero, o le sintesi di contributi originali desunti da riviste straniere specializzate, riguardanti il recupero degli “irregolari”; queste pubblicazioni rappresentano un mezzo di rapido e di facile aggiornamento in funzione dell’utilizzazione pratica, applicativa dell’ortopedagogia. In quegli stessi anni anche i comuni assumevano ortopedagogisti come specialisti in affiancamento degli assessori alla pubblica istruzione per avviare i primi “inserimenti” nelle scuole dell’infanzia e tutelare la nuova conduzione degli asili nido che i comuni avevano ereditato dall’onmi (Opera Nazionale Maternità e Infanzia). Il comune di Certaldo pubblicò i risultati raggiunti nel volume Esperienze nella Scuola Comunale d’Infanzia di Certaldo, in cui appare il capitolo: “Verso una nuova scuola dell’infanzia: problemi ed esperienze ortopedagogiche” (Pesci, 1973). Come ortopedagogisti, al Congresso Nazionale sinpi (Società Italiana di Neuropsichiatria Infantile) tenutosi a Taormina nel 1974, io e Bonistalli presentammo una relazione dal titolo: “Problemi di espressione, comunicazione e rapporto nell’asilo-nido”.
Il grande interesse sollecitato dall’ortopedagogista e il riconoscimento delle sue abilità professionali diede avvio, oltre che a una sempre maggiore richiesta di questo specialista da parte delle istituzioni pubbliche, anche ad attività libero professionali con l’istituzione di centri e studi privati, fra cui il Centro Studi Antiemarginazione di Firenze, che si è distinto per essersi occupato per lungo tempo della ricerca in area pedagogica, al punto che i suoi direttori hanno acquisito notorietà in Italia e all’estero.
Gli specialisti in ortopedagogia sono stati impegnati anche nell’insegnamento di questa materia, prevista dal Ministero della Pubblica Istruzione fino al 1986, nei corsi per insegnanti “ortofrenici” prima e “specializzati” poi, condotti presso le Scuole Magistrali Ortofreniche[1].
Tratto dal Capitolo I di Pedagogia Clinica-Scienza e Professione, edizioni Magi, Roma 2008
[1] 1. Io stesso sono stato impegnato negli insegnamenti di ortopedagogia e psicologia applicata presso la Scuola Magistrale Ortofrenica di Firenze dal 1975 al 1986.