Guido Pesci

Pedagogista, Pedagogista Clinico, Reflector, Psicologo-Psicoterapeuta, Psicoanalista, Ipnoterapeuta, Psicomotricista Funzionale, Mediatore Relazionale, Giornalista pubblicista.

Reflecting-Reflector

Reflector

Key words: Cinesica- Allo-contatto- Codici comunicazionali- Lemmi dichiarativi- Ascolto-

-Scenografia espressiva- Atti comunicativi-Abilità espositiva- Maturazione del sé

 

Il Reflector

Il Reflector è lo specialista che, a seguito di una formazione almeno biennale, condotta seguendo i principi del Reflecting,  ha assunto abilità nell’utilizzare ogni segnale informatore per offrire alla persona idonee sollecitazioni alla riflessione. Contrario ad ogni criterio terapeutico basato su precetti di autorità, su ordini, consigli, o inviti, il Reflector aiuta l'individuo ad avvertire le contraddizioni, ad assumere la consapevolezza delle motivazioni che determinano le scelte, ad innalzare l'edificio della propria personalità. Egli agisce una relazione indispensabile al bisogno che la persona ha di muoversi nella propria interiorità di conoscere e discernere ogni aspetto dell'universalità che le appartiene di sviluppare il proprio sé.(Statuto SIR). Il reflector stimola la persona ad avvertire in sé le contraddizioni, la consapevolezza delle motivazioni che determinano le scelte, a maturare autonomamente e raggiungere nuovi equilibri. Agevola questa ri-creazione interiore, instaura un rapporto interpersonale nell'ambito del quale favorisce le facoltà riflessive con ogni mezzo espressivo comunicazionale, senza intrusione, affinché il soggetto possa muovere alla riconquista di un terreno prezioso su cui camminare sicuro.
L’intento del reflector non è quello di intraprendere un’opera di risanamento e di ricostruzione né di rieducare, ma di affiancare l’individuo nel percorso che porta a riscuotere l’efficacia contro l'apatia che paralizza, acceca e impedisce di pensare, di esercitare il potere di scelta e di rinunciare al diritto di giudizio. Il cammino è sicuramente irto di ostacoli, ma la persona, affacciata sul proprio caos interiore, trova, come abbiamo già avuto modo di affermare, nella riflessione un potentissimo ausiliario per diventare lettrice e autrice di se stessa.
Il reflector, alle espressioni linguistiche fecondate e arricchite da contenuto, struttura ed effetto, sa sapientemente aggiungere il contributo paralinguistico, quelle emissioni di suoni differenti che, articolati con sfumature, toni e acutezze diverse, varietà nelle note di forza, di timbro e di coloritura, danno vita a un linguaggio emozionale, a diverse immagini affettive.
La varietà dei codici comunicazionali del reflector comprende anche la cinesica, ovvero quei segnali con cui è possibile rendere esplicita ogni espressività, ogni sentimento, pensiero, desiderio o opposizione.
Altre opportunità di relazione e di comunicazione si raggiungono con i segnali posturali, che partecipano al processo interattivo e possono assumere il significato di “stare con l’altro” o “lontano dall’altro”, “prendere le distanze” o “sintonizzarsi sugli enunciati”; a questi si aggiunge quell’affascinante repertorio semiotico che si avvale dell’allo-contatto, delle dimostrazioni espresse per mezzo di una gamma di contatti fisici e la sintonizzazione per eco-posturale. Non possono inoltre essere trascurate le comunicazioni prossemiche, che derivano dall’uso umano dello spazio, quell’infinità di stimolazioni in funzione dei vari spostamenti, avvicinamenti o allontanamenti che si possono creare nel rapporto con l’altro e nel silenzio e che offrono la possibilità di vivere delle pause in cui fare risuonare dentro di sé i propri intimi pensieri.
Sono tanti dunque, e non già la sola parola, i sollecitatori che il reflector utilizza nell’offrire all’individuo l’opportunità di rinnovarsi, di modificare fondamentalmente la propria vita interiore, accrescerne e affrettarne lo sviluppo, destare in sé le facoltà sopite, armonizzare le proprie tendenze e unificare i propri scopi, conoscere e discernere ogni aspetto dell’universalità che gli appartiene e che lo conduce al peculiare regno della conoscenza di sé. Raggiungendo questi traguardi egli accorda così a se stesso, sullo sfondo dei propri desideri, il superamento dell’oscillazione tra permanenza e mutamento, converte gli atteggiamenti di rinuncia e di rassegnazione in atteggiamenti costruttivi, muove nella direzione della coerenza. (G.Pesci, Il metodo reflecting, in S.Pesci, Manuale di Reflecting, Magi , Roma pag. 23-24)

 

Come si diventa Reflector

La formazione del reflector è assai complessa, basti soltanto pensare che questo specialista deve stare ad ascoltare una persona che parla di sé, rimanere davanti a lei, durante i silenzi e le manifestazioni delle sue resistenze. L’iter formativo del reflector prevede uno svolgimento progressivo tra gratificazioni e frustrazioni, finché non si perviene a un equilibrio e una maturazione personali.
Al reflector è richiesto di studiare, esplorare, scoprire e conoscere se stesso, vincere gli impacci, ogni pigrizia espressiva, i sensi di disagio, resistenza o smarrimento nell’utilizzare ogni semiotica per stimolare l’altro alla riflessione. Egli deve far propri alcuni atteggiamenti mimici, gestuali, posturali… deve saper usare alcuni vocaboli in particolare, per indirizzarli all’altro con dovizia e coerenza, conoscere o riconquistare e utilizzare ogni segnale informatore utile a indurre la persona a scoprire i conflitti, gli impulsi, le proprie difese e motivazioni. Quello del reflector è senza dubbio uno dei più difficili percorsi formativi.
L’aiuto alla riflessione che questo specialista deve saper favorire si fonda su una varietà di atti con significato comunicante, lemmi dichiarativi, che si basano sui principi di agevolare, facilitare, aiutare, favorire, promuovere, suscitare, ecc. (in opposizione a incoraggiare, giudicare, criticare, incitare, spiegare…), su un’idonea tonematica dialogica e una ricca linguistica funzionale e su movimenti per i quali gli viene richiesta abilità nell’esprimersi con un’idonea semiologia corporea e una indispensabile scenografia espressiva.
Tanti altri atti comunicativi necessari per un intervento di aiuto, trovano ausilio nelle diverse polarizzazioni nello spazio, nel dinamismo e orientamento del gesto, nell’utilizzo di lemmi con connotazioni associativo-simboliche. Differenti valori simbolici espressi dalla localizzazione topologica e dalle associazioni che possono essere fatte per ciascuna delle parole che la definiscono, evitando la tendenza a valutarle solo sulla base dell’interpretazione letterale. Le sollecitazioni attraverso le diverse polarizzazioni nello spazio si richiamano ad alto, basso, sinistra, destra, alto/sinistra, alto/destra, basso/sinistra, basso/destra e ai rispettivi simboli tipici: sole, quercia, seme…, fango, abisso, catene…, foresta, caverna, chiave…, città, strada, torcia…, ape, Magna Mater, campana…, estate, fiume, freccia…, tramonto, inverno, drago…, sangue, mostro, mulo…
Al simbolismo delle polarità che consente di suggerire i significati di un’idea connessa con l’immagine originaria, concetto proprio dell’amplificazione junghiana che permette collegamenti culturali, universali o archetipici, si sommano le connotazioni associative verbali. All’atto comunicativo di un movimento verso l’alto, potranno essere altrimenti associate le parole “su”, oppure “alto”, “elevato”, che il reflector utilizzerà per stimolare il soggetto a preziosi approfondimenti e che dovranno servire – come ogni altro atto comunicativo – a un approccio dinamico indispensabile per offrirgli l’opportunità di analizzare il proprio percorso di vita, riconoscere e mettere in discussione l’idea che può avere di sé, cercare una comprensione nuova e individuare un cambiamento di direzione. In riferimento all’alto, per esempio, le connotazioni associative verbali, possono essere: “progressione”, “cambiamento”, “dinamico”…, al basso, “inibizione”, “debolezza”, “apatia”…
Nell’aiuto alla persona si ricorre a tutti quegli atti comunicativi che la agevolano nel “volgersi indietro”, per ritrovare i ricordi del passato, gli oggetti che parlano di lei, facilitando così la lettura e l’elaborazione interpretativa delle immagini di sé.
Il reflector deve padroneggiare tutti quei comportamenti, quelle qualificazioni espressive o fenomeni d’influenza grazie ai quali può suscitare nell’individuo il desiderio di analizzare ciò che lo definisce. Tra questi non possono mancare quelli derivati dal dinamismo e dall’orientamento del movimento, con i loro simboli tipici e le loro connotazioni associative. Un parlare agli altri attraverso la definizione nello spazio vuoto di tracce figurative tra cui il punto, luogo di congiunzione, di incrocio di due coordinate, ascisse e ordinate, e altri diversi andamenti, compenetrazioni, espansioni e direzioni.
E proprio dal punto che è la cellula originaria, il principio, la polarità, la centralità, l’imperativo statico della nostra esistenza muovono le dita o le mani del reflector. Il punto, simbolo della quiete dinamica, espressione e rappresentazione cosmogonica, può venire indicato col dito indice esposto o con la mano aperta, con il palmo leggermente inclinato o roteato a destra. Questi principi informatori originano i tanti altri dinamismi circolari e lineari retti e, tra questi, il punto come indicatore del centro nella figurazione del cerchio (punto originario) e il cerchio, descritto con il movimento della mano – dito indice esposto – che offre un’impressione del carattere motorio e che, nel chiudersi, viene sostituito da un concetto di perfetta quiete, di perfezione, di illuminazione.
Le mani del reflector hanno una grande abilità espositiva e continuando nelle loro dimostrazioni tracciano in campo vuoto onde circolari, figurando come il punto cosmicogonico-originario si espande, cresce in progressione. Da un primo cerchio piccolo, con un punto al centro (punto originario), seguono più cerchi in progressione di grandezza crescente dall’interno all’esterno, secondo uno schema di irradiazione energetica. Con il dito indice esposto può venire tracciata una spirale centripeta, che muove dall’esterno verso l’interno per raggiungere il punto originario, un impulso, una stratificazione che caratterizza il rapporto tra l’esterno e l’interno; oppure una spirale destra la cui crescita è irradiante dal centro (punto originario) con andamento centrifugo a destra, a dimostrazione di un impulso progressivo in combinazione corporeo-spaziale; una stratificazione che definisce il rapporto tra l’interno e l’esterno a destra.
In termini opposti si agisce per la spirale sinistra.
L’intreccio rappresenta una compenetrazione di “linee” che muovono dal punto per spostarsi in varie direzioni nello spazio vuoto. I movimenti curvilinei, realizzati con il dito indice esposto, senza eccessivi spostamenti a destra o a sinistra, se figurano ghirlande e festoni, parlano di apertura, di cortesia, bontà, dolcezza… sono conferme di generosità, comprensione… Se sono ad arcate, sostengono la scarsa naturalezza e spontaneità, il voler fare bella mostra di sé e di apparire, come pure prudenza, nascondimento, diffidenza…
Altri atti comunicativi si realizzano anche per mezzo di movimenti lineari retti.
I movimenti verticali vengono effettuati con il dito o con la mano semi-aperta, esposta con palmo orientato a sinistra, dall’alto verso il basso ben oltre l’ascissa; essi richiamano al ritegno e riserbo nella manifestazione dei propri sentimenti, al controllo degli istinti, a riservatezza, riflessività, prudenza… I movimenti aderenti alla linea orizzontale, sono eseguiti dal reflector con la mano semi-aperta a partire da un punto estremo a sinistra per muovere verso destra seguendo l’ordinata e proseguendo ben oltre l’ascissa, per specificare una collaborazione esente da invadenze, accettazione di idee corrispondenti alla realtà, compostezza… I movimenti verticali realizzati con il dito indice esposto in avanti, se in estensione dal centro verso il basso, annunciano accentuazione della praticità, pessimismo per idealismi…; se in estensione dal centro verso l’alto, sensibilità per ideali, esaltabilità, idealizzazione degli affetti, eccessi dell’attività della fantasia… I movimenti ascendenti sono realizzati con la mano semi-aperta a partire da un punto estremo a sinistra per muovere verso destra con un lancio ascendente rispetto all’ascissa e stimolano forme di intraprendenza, iniziative innovatrici, ottimismo… I movimenti discendenti, effettuati con la mano semi-aperta a partire da un punto estremo a sinistra sulla linea per muovere verso destra con un lancio discendente rispetto all’ascissa, comunicano o apostrofano la soccombenza, il pessimismo, l’indebolimento delle difese volitive… I movimenti trasversali realizzati con lanci della mano semi-aperta e il dito indice leggermente esposto, se orientati a sinistra, partono da destra al disotto dell’ascissa verso l’alto a sinistra al di sopra dell’ascissa e connotano o confermano la contraddizione, il blocco delle esuberanze, il ripiegamento su se stessi…; se orientati a destra, partono da sinistra dal di sotto dell’ascissa verso l’alto a destra al di sopra dell’ascissa e connotano calore, cordialità, tendenza in avanti…
La capacità professionale del reflector deriva dall’esperienza culturale; tutti coloro che intraprendono un percorso formativo per divenire reflector devono possedere un diploma universitario specialistico ed essere preparati ed educati in modo soddisfacente a realizzare, con ogni modalità espressiva e competenza, gli stimoli alla riflessione occorrenti nella dinamica relazionale con ogni persona.
A tali abilità stimolatorie si aggiunge in particolare il decisivo, eppur difficile, saper resistere al furor sanandi, riuscire a trattenersi, esercitare un controllo sull’impulso di fare o dire qualcosa, fornire chiarimenti, ricordare o sottolineare e porre domande all’altro, spinti dal desiderio di guarire.
Il reflector, nello svolgere la sua professione può seguire un singolo, una coppia, una famiglia, un gruppo, contribuire alla soluzione di problemi riguardanti rapporti interpersonali e sociali, offrire aiuto per mezzo di “sportelli di ascolto”, suscitare occasioni di riflessione a un pubblico vasto e soddisfare con ciò la necessità di un rinnovamento sociale.
In ciascuna di queste situazioni, ovviamente, l’intervento di aiuto è assai diverso. Il primo contatto per un intervento condotto nel proprio studio professionale avviene quasi sempre per telefono con la richiesta di un appuntamento; la telefonata non deve essere filtrata dalla segretaria, ma ciò non si può garantire se si è impegnati in “sportelli di ascolto” e con gruppi in contesti pubblici. Segue poi l’accoglienza nello studio, un incontro, un momento di notevole importanza che implica il trovarsi di fronte a qualcuno. Il reflector deve accogliere personalmente chi si presenta a lui; per tale compito non può infatti delegare alcun assistente, sia pure disponibile, cortese, cordiale e premuroso. “Essere accolti di persona…”, è una dimostrazione di disponibilità e interesse su cui possono intessersi stima e fiducia.
Il primo incontro prende il via con le presentazioni, ovvero da quel preciso istante in cui si dichiarano i nomi e si struttura quella unità minima di interazione, sancita dal dare la mano. Con tale atto si ha una promozione interattiva, una intenzione comunicativa; si invia un messaggio che promuove l’interpretazione dei legami, che accoglie e genera la risposta conseguente. Si tratta di un momento delicato in cui il reflector deve saper ricorrere sapientemente alle proprie doti di tolleranza, socievolezza e cordialità (Pesci, 2004).
La persona, comunque, non viene invitata a distendersi su un divano in penombra né lo specialista si siede dietro di lei per non far vedere le sue reazioni. Lo studio del reflector non richiede né oscurità né un divano, ma prevede la presenza di un tavolo di cristallo trasparente per poter inviare i messaggi della grammatica semiotica con cui stimolare il soggetto.
Una diversa situazione d’ambiente si ha invece nelle occasioni in cui ci si rivolge al gruppo, e in cui ogni azione del singolo si ripercuote sugli altri, facendogli prendere coscienza del suo comportamento in società e permettendogli di rendersi conto dei lati positivi e negativi della sua personalità fino a far affiorare in superficie certe difficoltà interiori di cui non aveva coscienza. Tale modalità si è rivelata molto efficace sia nell’operare con il gruppo di poche unità che con platee.
Gli incontri nello studio del reflector sono due per settimana per una durata di cinquanta minuti ciascuno; una continuità che deve rimanere costante se non si vuole che un tempo più lungo possa far supporre un particolare interesse e se più breve, noia e rifiuto. Anche l’ambiente in cui ha luogo l’incontro è bene che rimanga lo stesso, senza apportare cambiamenti alle infrastrutture. A queste attenzioni si aggiunge l’obbligo del reflector di non parlare di sé, della propria vita e delle proprie idee, di non intervenire in aiuto a soggetti conosciuti prima e di evitare rapporti con la persona al di fuori del setting.
Il reflector fin dall’inizio dovrà provvedere a definire il contratto che comprende la definizione degli orari e degli incontri, del periodo e della durata delle vacanze, degli onorari che in genere debbono essere corrisposti almeno una volta al mese, con l’obbligo di pagare gli incontri mancati, salvo quelli saltati per cause di forza maggiore e previo avviso.
A rendere speciale la condizione del reflector è il fatto che egli mette in atto un metodo che facilita la riflessione fino a realizzare una riduzione delle ansie e delle sofferenze, una spinta all’azione, una maggiore fiducia, un cambiamento, un miglioramento delle capacità critiche e una maturazione della vita psicologica o della personalità. (NB. Alcuni contenuti di questo capitolo sono stati esposti durante le interviste rilasciate a Gianluca Mattei (Corriere della Sera 30.01.2005), a Paola Pastacaldi  (settimanale CHI 15.02.2005) e Stefania Rossotti  (settimanale Grazia 01.03.2005).

 

La pratica clinica del Reflector

Da tempo ormai nella nostra società si è affermata la cultura della terapia, di quella parte della medicina (scientia medendi) che tratta la cura delle malattie (artes medendi), dell’arte sanitaria (ars medendi), e del “terapeuta”, particolarmente competente e abile a curare, utilizzando i più svariati metodi per alleviare, risanare o guarire, abolendo la causa di uno stato patologico, oppure eliminare i sintomi e le loro conseguenze.
Questa cultura si è diffusa a macchia d’olio interessando anche altre discipline come la zoologia, la psicologia, il counseling, a conferma che l’Homo habilis o l’Homo sapiens è un uomo malato che deve essere curato con una terapia adeguata, orientata alla cura del corpo o della psiche oppure dell’una e dell’altra. Tale forma mentis è conformata all’aspetto patologico, all’adattare la persona al deficit, alterandone così il ruolo e il destino. Il concetto di sanità − che oggi si vuol chiamare salute − che ne è derivato, ha prodotto un assoggettamento dell’uomo alla malattia, attribuendogli l’ispessita eredità di paziente e di diverso che bisogna aiutare parlando e facendolo parlare, con l’intento di scuoterne i pensieri per ritoccare la realtà.
La proliferazione di cultura terapeutica che qualcuno vuol perfino distinguere tra medicalizzata e non medicalizzata, tra bianca e nera, come se si trattasse di mafia, sostenuta e propugnata come normalizzatrice, insegue il propagarsi dell’idea di malattia, l’uso e l’abuso di consigli, venduti come un’opportunità a cui l’individuo non può rinunciare, costringendolo ad affidarsi a questa forza centripeta divoratrice di ogni autonomia.
È un fenomeno di “offerta di aiuto” che risulta incredibilmente intensificato grazie a notevoli investimenti pubblici e che sanziona una società malata. In realtà, però, in tal modo si trascura la vera necessità di aiuto di chi è profondamente toccato dal disagio, in quanto il punto di maggior presa sulla gente di questa cultura dominante è il sentimento di una crescente inadeguatezza personale di fronte alla gamma di pericoli reali, all’esposizione di vicende della vita privata, di impreparazione nei confronti di eventuali scacchi sul lavoro e perfino di pericoli globali, e che induce il bisogno di essere curati e la necessità di offrire cure. Vi sono inoltre molte persone che credono ancora oggi che l’aiuto debba consistere sul condurre l’uomo secondo questa o quella teoria della personalità o secondo i principi della consulenza, dell’incoraggiamento e del consiglio, suffragati dalla parola che in tal modo assume il valore di farmaco.
In epoche diverse, nella pratica psicoterapeutica, si sono susseguiti entusiasmi e delusioni, sentimenti di onnipotenza e di ingiustificato pessimismo, si è cercato di persuadere, di convincere, di plasmare, di consigliare, si è utilizzato il passato per rendere più comprensibile il presente e il presente per rendere più comprensibile il passato, con la parola sempre protagonista. “Quella parola-farmaco, impiegata come componente strutturale dei vari principi di sovranità terapeutica che sottovaluta perfino ciò che diceva Cleobulo: ‘è più importante ascoltare che parlare’, nonché il motto: ‘Non mi dare consigli so sbagliare anche da solo’” (Pesci, 2005, p. 20).
La pratica clinica annunciata dal Reflecting non è da confondere con teorie e metodi psicoterapeutici vecchi e nuovi o con qualsiasi altro tipo di procedimento, neppure se impiegato come ingrediente complementare. Essa è innovativa, alternativa alle terapie, sosta su progetti di riforma affini ai diritti legittimi dell’individuo e promuove, come si è già avuto modo di evidenziare, il rapporto interpersonale.
Nella pratica clinica del Reflecting il paziente non si rivolge a uno specialista, abile speleologo o chirurgo dell’anima, auspicando che conosca l’essere umano nel suo profondo, al punto da offrirgli precisi e numerosi consigli o che sia capace di capire e curare la sua personalità fino a restituirgli la sua profonda autenticità e la sua libertà interiore. Per soddisfare il paziente nel Reflecting non si prevede di offrirgli qualcosa o di restituirgli qualcos’altro né di cercare o esplorare per lui, che − evidentemente molto paziente −, disteso o comodamente seduto, attende. Il percorso clinico di questo metodo è tracciato da una differente concezione della persona, che non è vista come paziente in attesa, appunto, ma come un essere umano dotato di enormi ricchezze e una notevole forza interiore, in grado di intraprendere un’analisi di sé e trovare le chiavi idonee ad aprire quelle porte che gli permettono di scoprire e conoscere il grande potenziale di energia che possiede e che è rimasto per tanto tempo inesplorato.
Tramite l’arte maieutica il reflector ha l’obbligo di favorire lo sviluppo di tutte le forze alleate nel percorso di conoscenza; egli non è chiamato ad ascoltare le richieste dei pazienti per poi aiutarli a prendere coscienza dei loro interessi ed elaborare assieme una risoluzione, non pone domande, né per aiutare a chiarire il conflitto né per raccogliere dalle risposte i contenuti da elaborare allo scopo di fare proposte sul modo in cui giungere alla soluzione dei problemi, né tanto meno per riepilogare semplicemente ciò che dalla persona ha sentito dire.
Egli le offre una dimensione relazionale in cui essa possa espandere la possibilità di rivivere soggettivamente e dare significato alle proprie esperienze, trovare personali risposte per liberarsi dal dominio delle regole, dei divieti, dei vincoli e delle proibizioni e da tutto ciò che ne ha frenato, ostacolato, impedito un’esperienza positiva di vita, ricreando positive condizioni di sviluppo.
Il reflector è impegnato a stimolare efficacemente il soggetto a riflettere sulle proprie esperienze, sulle false o deviate prospettive, su complessi di cui ignorava l’esistenza, consentendogli di ritrovarsi, guadagnare una vera rinascita, giungere a una rivelazione di sé a se stesso. Un approccio dinamico per stimolare preziosi approfondimenti, offrire l’opportunità di analizzare il percorso di vita, “facilitare la riflessione fino a realizzare una riduzione delle ansie e delle sofferenze, una spinta all’azione, una maggiore fiducia, un cambiamento, un miglioramento delle capacità critiche e una maturazione della vita psicologica o della personalità” (ibid., p. 31).
Un’esperienza che la persona può compiere nel reperire la consapevolezza nelle proprie abilità e potenzialità, la coscienza di essere responsabile delle proprie azioni e da ciò realizzare di poter fare delle scelte, spingersi in nuove direzioni, affrontare discrepanze e problemi con maggiore efficacia, acquisire il potere di prendere delle decisioni che incrementino la crescita, fino a raggiungere la capacità di tollerare le frustrazioni, ottenere un’accresciuta autonomia, favorire certi traguardi evolutivi, giungere a nuove e diverse soluzioni. Una modificazione di aspetti caratteriali che coincide con una diminuzione delle inibizioni, un aumento della sopportazione delle tensioni e un’espansione delle possibilità di realizzazione, nonché con la capacità di organizzare in modo efficace la propria vita e prevedere gli effetti di una determinata condotta, riconoscere i propri limiti, ma anche le proprie qualità, migliorare i rapporti con se stessi e con gli altri.
La regola-base è che il reflector deve disporsi all’ascolto con tutta la sua umanità, utilizzando i sensi, le emozioni, l’intelletto, la fantasia. Il suo deve essere un ascolto globale col “terzo orecchio” e un “con gli occhi”, per cogliere ogni manifestazione di agio o di disagio e intervenire ogni volta con adeguati stimoli, nella consapevolezza che “col solo esprimersi verbalmente non è mai guarito nessuno”. Ascolta la persona che a lui si rivolge con rispetto, in modo partecipe, segue ogni scenario narrato del suo quadro di vita, della sua situazione d’insieme e la favorisce nell’avvicinarsi a fatti e situazioni e nel sostare su di essi, senza escludere dall’analisi nessuna componente sociobiopsichica. Il reflector deve rendere le ore di intervento tra le più significative della vita del soggetto, non deve perdere occasione per inviargli con inalterabile validità ciò che gli occorre per aprirsi spontaneamente e continuare a muoversi nell’intreccio della propria vita, per interpretare e modificare valenze, giungere a una verità operante, mettere in moto ed alimentare quella “piattaforma girevole” che consente l’attivazione delle sue energie produttive.
Nel Reflecting non si mira all’obbedienza, all’autorità, all’adattamento, ma al successo dell’interesse radicale di ogni uomo reso cosciente, spinto verso energie umane inattinte, sul modello del “maestro del ritorno” talmudico, che ha conosciuto il peccato e, forte di questa conoscenza, riprende la via del proprio essere se stesso.
In tale prospettiva non saranno mai le parole di un terapeuta a infondere occasioni di cambiamento, ma un’indispensabile forza comunicativa capace di suscitare una vasta eco, di creare e offrire un rapporto favorevole, sicuro e stabile, in linea con quella cultura di valori simpatetici propria del reflector.
La persona, sollecitata nella propria attitudine a interrogarsi, ad aprire gli occhi e guardarsi, nella ricerca di risposte al suo modo di reagire e alle proprie ansie, genera da se stessa lo sperimentarsi nell’essere, una polarità dell’individuale e dell’universale che divengono compresenti e tesi alla distinzione e all’unità a un tempo.
Il reflector non è alla ricerca di risposte e spiegazioni alle domande sui sintomi o sulle vicende di vita del soggetto; utilizza messaggi-stimolo che destino in lui la disponibilità all’analisi, la volontà e capacità di pensare in modo autonomo, di produrre convinzioni proprie, sintoniche con l’intera personalità, di prendere coscienza e di compiere l’azione stimolatoria interiore, quell’espressione produttiva, che può accenderne ed esaltarne con vitalità i tratti individuali. Il compito del reflector è quello di far rivolgere alla persona un’occhiata a se stessa, in se stessa, per rendersi conto se le foto della propria immagine sono sfocate, e mantenerla in una condizione di domanda, cioè di desiderio per meglio delinearle e renderle nitide. Ed è proprio il desiderio che fa affiorare alla mente, dai ricordi nebulosi del passato, percezioni indefinite, forme diverse, suoni, profumi, sensazioni confuse, solo apparentemente prive di significato, a cui il soggetto ha bisogno di dare una conformazione reale, ricostruendo e spiegando altresì il filo che le unisce, e attribuire loro una valenza di vita vissuta o comunque sentita. Questo filo si dipana in immagini e attraverso una ricerca personale, un’esplorazione interiore, una riflessione, risponde al potere evocativo, è indenne dalle contaminazioni della parola e, da messaggio vago, si caratterizza con espressioni sempre più certe.
Nel suolo scavato, nella terra risvegliata si ritrova l’anello di congiunzione con le radici lontane; i reperti aiutano i ricordi a formularsi nella mente, a rigenerare conoscenza che feconda l’ambiente sterile e arido, fino a germogliare una storia che dà sapore e arricchisce.
Dare luce e significati agli aspetti di vita, far divenire conscio un contenuto inconscio, fare emergere a poco a poco quello che il soggetto non sa e non sa di sapere, deve essere un atto di scoperta spontaneo, assecondato e facilitato da idonee stimolazioni e non da spiegazioni o interpretazioni complesse. Ciò richiede uno sforzo nell’attività analitica, un’impostazione di personale responsabilizzazione conseguente a un aiuto stimolatorio-comunicazionale che rende possibile mettere in moto tutte le dinamiche che altrimenti rimarrebbero bloccate e consente, con un valido svolgimento della relazione, la realizzazione dell’immagine e una positiva maturazione per rinvenire e accertare la base originaria della propria identità e agire grazie a ogni riconosciuta e liberata potenzialità.
Dovrà essere la buona abilità del reflector e l’acquisito giusto uso degli stimoli alla riflessione a liberare e rendere produttive le riserve di energie e a tenere viva l’attenzione di quei soggetti che, durante il processo analitico, presentano resistenze a perseguire nella direzione verso l’affermazione di una conoscenza. Non ci sono parole per fronteggiare le resistenze, né spiegazioni, valutazioni o interpretazioni delegate ad altri, che rischierebbero di alterare ulteriormente il clima e di rafforzare l’opposizione; solo la persona può sperimentarsi nella sua profondità e trovare in sé le risposte utili. La conoscenza sarà meno misteriosa, se essa è aiutata a vincere la paura di perdersi nel buio, a evitare la pena dell’affanno per l’assoluto bisogno di procedere verso l’evoluzione e la maturazione del Sé. Un percorso che trova, grazie alla professionalità e all’esperienza del reflector, l’occasione per vincere ogni precarietà e lo spazio in cui muoversi nella direzione di significativi rapporti sinergici.

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